Bassa crescita dell’Italia: i nodi da sciogliere nell’audizione di Confartigianato alla Camera
Sulla dinamica del PIL dell’Italia pesano numerosi fattori che comprimono la creazione di valore da parte delle imprese, costringendo l’economia italiana su un basso sentiero di crescita. L’analisi di alcune evidenze che stilizzano i punti nodali da aggredire per agevolare i processi di crescita del sistema delle imprese è stata presentata da Confartigianato questa settimana in una audizione alla Commissione Attività produttive, commercio e turismo della Camera dei Deputati per l’indagine conoscitiva su “Competitività del sistema Italia, andamento del PIL 1992-2025 e leve di crescita”.
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Sulla dinamica della produttività gravano una elevata pressione burocratica, una scarsa qualità dei servizi pubblici e alti costi di energia. Mediamente, tra il 2008 e il 2025 il costo dell’energia elettrica per una piccola impresa che consuma meno di 20 MWh all’anno è stato del 33,4% superiore alla media Ue.
Nonostante una elevata spesa pubblica, l’Italia è agli ultimi posti per qualità dei servizi pubblici nel 2026, come lo era nel 2015. Secondo la rilevazione di Eurobarometro della Commissione europea nel 2026 il 24% delle imprese è soddisfatto dei servizi della pubblica amministrazione, quota dimezzata rispetto al 42% della media Ue, collocando l’Italia al penultimo posto tra i 27 paesi dell’Unione, davanti solo alla Romania. Da una ricerca in Normattiva si rileva che tra il maggio del 1995 e il maggio del 2026 sono state emanate 9.699 norme che risultano attualmente in vigore, pari a 313 nuove norme all’anno. La legislazione europea nell’arco di quindici anni (2009-2024) ha prodotto 34.506 atti giuridici tra regolamenti, direttive e decisioni, una media di 6 atti al giorno.
Il costo dei prestiti alle imprese dal 2003 al 2026 è risultato mediamente superiore di 30 punti base alle media dell’area dell’euro. Dal 2006 la pressione fiscale in Italia supera la media dell’area dell’euro e da quell’anno al 2026 è risultata mediamente superiore di 1,5 punti di PIL al benchmark europeo.
La produzione manifatturiera in Italia ha registrato un cambio di traiettoria dopo il 2000, con l’ingresso Cina nel WTO e la disciplina di cambio determinata dalla valuta comune europea. La perdita di produzione nella manifattura, dove è più elevata la produttività, influisce sui processi di crescita.
Tra il 1991 e il 2000 la produzione manifatturiera in Italia saliva al ritmo dell’1,6% all’anno pressoché in linea con il +1,8% della media Ue e facendo meglio del +0,9% della Germania. Dal 2000 al 2025 la produzione manifatturiera in Ue ha rallentato segnando una crescita media annua dello +0,8%, ma in Italia è scesa dell’1,1% all’anno.
Nel decennio 2009-2018, dominato dalla bassa crescita e da un ciclo di politica fiscale restrittiva la posta di spesa pubblica caratterizzata da un più elevato moltiplicatore fiscale, gli investimenti pubblici, sono caduti di un punto e mezzo di PIL, passando dal 3,6% del PIL del 2009 al 2,1% del 2018; per ritornare al livello del 2009 sono serviti 15 anni (livello del 3,6% raggiunto nel 2024) e la spinta data dagli interventi del PNRR.
La politica fiscale, frequentemente intonata all’austerità, anche in chiave pro-ciclica, nei 31 anni tra il 1995 e il 2025 ha fatto registrare per l’Italia 26 anni di avanzo primario, contro i 16 anni della Germania, gli 11 anni della Spagna e i 4 anni della Francia. La caduta della domanda interna indotta dalla politica fiscale restrittiva ha contribuito ad un pesante impatto sul mercato del lavoro, in particolare in quello giovanile. Tra il luglio del 2007 e il luglio del 2014, con la Grande crisi finanziaria e le politiche di austerity adottate dopo la crisi del debito sovrano, gli occupati under 35 sono crollati del 30,8%, con una perdita di 2 milioni 208mila occupati giovani fino a 34 anni. Concluso ricordando che quest’anno l’Italia supera la Grecia e diventa prima in Ue anche per rapporto debito/PIL. Per ridurre il debito servono riforme, per fare le riforme serve tempo e stabilità politica. In 20 anni che hanno visto l’alternanza di una decina di crisi – innescate da instabilità nella finanza privata e pubblica, conflitti, pandemia, escalation dei prezzi dell’energia e dazi – intersecate da tre transizioni, digitale green e demografica, la partecipazione ai Consigli europei ha visto alternarsi 9 differenti Presidenti del consiglio italiani a fronte dei 3 Cancellieri tedeschi, 3 Presidenti della repubblica francesi e 3 Capi di governo spagnoli.
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