Guerra del Golfo: il punto sull’impatto per le imprese nell’analisi su IlSussidiario.net

Guerra del Golfo: il punto sull’impatto per le imprese nell’analisi su IlSussidiario.net

In prossimità della scadenza dell’ultimatum nella notte di martedì scorso, Iran e Stati Uniti hanno imboccato la strada del negoziato, aprendo uno spiraglio in una crisi che ha già prodotto uno dei più violenti shock energetici degli ultimi cinquant’anni. In attesa della evoluzione delle prossime settimane dei mercati internazionali dell’energia e dei flussi in transito per lo stretto di Hormuz, è utile fare il punto su impatti e i rischi per le imprese e l’economia italiana.

L’analisi è proposta nell’articolo I numeri dopo la tregua Iran-Usa: Italia ancora a rischio, sotto attacco export, industria e crescita a firma di Enrico Quintavalle, responsabile dell’Ufficio Studi di Confartigianato, pubblicato su il Sussidiario.net.

A marzo 2026, con un aumento del 41,6% sul mese precedente, i prezzi internazionali delle commodity energetiche registrano il secondo incremento mensile più elevato degli ultimi cinquant’anni (qui la tavola), in linea con quello segnato ad agosto 1990 nella prima guerra del Golfo, e inferiore solo al picco del gennaio 1974 (+187,4%), determinato dall’embargo petrolifero dell’OPEC dopo la guerra del Kippur.

Le tensioni si sono immediatamente riflesse sui costi dell’energia: a marzo 2026 il prezzo del gas (IG Index GME) ha registrato un aumento del 48,5% rispetto a febbraio (qui il grafico), mentre il prezzo all’ingrosso dell’elettricità (PUN) cresce del 25,3%. Sul fronte dei carburanti, in Italia il prezzo del gasolio supera del 16,9% la media di febbraio, una dinamica meno accentuata del +23,5% registrato nella media UE. Nel primo scorcio di aprile si osserva un ritracciamento dei prezzi di gas (-2,4% rispetto marzo) e di elettricità all’ingrosso (-12,2%), mentre prosegue la crescita del prezzo del gasolio: all’8 di aprile il self arriva a 2,148 euro al litro.

Un altro nodo critico riguarda la sicurezza degli approvvigionamenti. La guerra nel Golfo ha determinato danni alle infrastrutture energetiche in Qatar, Arabia Saudita e Iran, richiedendo tempi lunghi per il ripristino. Nel 2025 l’Italia importa 7,7 milioni di euro di beni energetici dai paesi del Golfo, pari al 13,6% dell’import totale di petrolio e gas naturale. Nel dettaglio si tratta di 2,9 miliardi di prodotti raffinati, 2,5 miliardi di gas naturale e 2,3 miliardi di petrolio greggio. Il Qatar è il secondo paese fornitore dell’Italia di GNL dietro agli Stati Uniti, determinando l’11% delle importazioni italiane di gas. Un recente studio pubblicato dal Fondo monetario internazionale evidenzia che l’Italia e il Regno Unito sono particolarmente esposti alla crisi a causa della loro dipendenza dall’energia prodotta da centrali a gas. Sui razionamenti del carburante per aerei di questi giorni pesa una elevata dipendenza dall’area del Golfo: le importazioni di jet fuel dell’Unione europea da paesi del Golfo ammontano a 6,7 miliardi di euro, oltre un terzo (35,0%) dell’import totale.

Il conflitto in corso mette a rischio le vendite del made in Italy nell’area. L’Italia è il secondo esportatore dell’Unione europea nei paesi del Medio Oriente, con vendite per 28,3 miliardi di euro, dietro alla Germania con 36,2 miliardi e davanti alla Francia con 22,1 miliardi e Paesi Bassi con 19,5 miliardi. Nel 2025 il mercato mediorientale è cresciuto del 7,2% a fronte del +3,3% del totale export. Le esportazioni nell’area presentano una forte concentrazione in primari distretti manifatturieri della meccanica, della moda e della gioielleria: le prime dieci province per export in Medio Oriente sono Milano, Firenze, Arezzo, Bergamo, Vicenza, Roma, Varese, Bologna, Torino e Modena (qui il grafico)

Le incertezze derivante dalla guerra in Medio Oriente si sovrappongono a quelle generate dall’impatto dei dazi statunitensi: tra agosto 2025 – primo mese di applicazione dei dazi – e gennaio 2026 l’export manifatturiero, al netto del farmaceutico, verso gli Stati Uniti è sceso del 5,0% su base annua.

Lo shock energetico si trasmette rapidamente a inflazione e crescita. Le previsioni di Banca d’Italia pubblicate venerdì scorso indicano nello scenario base una crescita del PIL dello 0,5% nel 2026 e 2027. Una tregua duratura, la normalizzazione del traffico attraverso lo stretto di Hormuz e un ribasso delle quotazioni di petrolio e gas potrebbe rendere meno probabile lo scenario avverso, caratterizzato da “effetti più marcati e duraturi del conflitto in corso sull’offerta di materie prime e ulteriori aumenti delle loro quotazioni” e nel quale si concretizza una stagflazione, con il PIL che segna crescita zero nel 2026 e un calo dello 0,6% nel 2027 mentre l’inflazione sale al 4,5% quest’anno e si colloca al 3,3% nel  2027.

Una fiammata inflazionistica spinta dai prezzi dell’energia potrebbe richiedere un orientamento più restrittivo della politica monetaria, che genererebbe effetti recessivi, amplificando il rallentamento del mercato del lavoro (+0,1% y/y a febbraio 2025, era +1,5% un anno prima, qui il grafico) e compromettendo la ripresa della produzione manifatturiera e degli investimenti. Le previsioni della Banca d’Italia per il 2026 fermano la crescita degli investimenti in macchinari al +0,5%, oltre un punto percentuale in meno del +1,6% previsto a dicembre.

La politica fiscale ha scarsi spazi di intervento, in particolare senza l’uscita anticipata dalla procedura di infrazione: l’Istat venerdì scorso ha confermato per il 2025 un rapporto deficit/PIL al 3,1%. Pesano il limite della crescita della spesa imposto dalle regole di bilancio europee e il rialzo dello spread generato dalla crisi del Golfo. Come ha indicato l’Ufficio parlamentare di bilancio la manovra 2026 ha utilizzato integralmente lo spazio di bilancio disponibile, esponendo al “rischio di non disporre di risorse per far fronte a esigenze impreviste”.

Le criticità per le filiere manifatturiere e dell’edilizia – Secondo l’ultimo rapporto dell’Ocse pubblicato il 26 marzo il conflitto genera rischi alle catene di approvvigionamento globali. Dalla metà di aprile si potrebbe accentuare la carenza di offerta di alcune materie prime e di fertilizzanti, oltre a quella delle commodity energetiche e dei prodotti raffinati, con un conseguente impatto sui relativi prezzi e con ricadute sulle materie prime legate al ciclo del petrolio, come le materie prime polimeriche e petrolchimiche, bitumi e asfalti. La spinta dei costi dell’energia impatta sui prezzi dei prodotti per l’edilizia energy intensive, come calcestruzzo, cemento, acciaio, vetro, ceramiche e laterizi per mattoni, piastrelle e sanitari. Già da metà marzo le imprese segnalano tensioni sui costi dei materiali per l’edilizia.

Si delinea una situazione particolarmente critica per i fertilizzanti, con ricadute sulla filiera agroalimentare. Gli stati del Golfo Persico concentrano oltre un terzo (34%) delle esportazioni mondiali di urea, il cui prezzo a marzo è salito del 53,7% rispetto a febbraio. Inoltre, gli stati del Golfo producono anche circa la metà delle esportazioni mondiali di zolfo, utilizzato nella produzione di fertilizzanti e nei processi metallurgici di estrazione del rame, del cobalto e del nichel. Una prolungata carenza di offerta potrebbe amplificare la crescita dei prezzi dei metalli e minerali, che a marzo 2026 salgono del 23,0% su base annua. Complessivamente, Bahrein, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti contribuiscono per l’8% dell’offerta globale di alluminio primario. A marzo le quotazioni dell’alluminio sono salite del 10,0% rispetto a febbraio e crescono del 26,9% su base annua. Dal Medio Oriente proviene il 13,7% dell’alluminio importato dall’Italia. Il Medio Oriente produce oltre un terzo dell’offerta globale di elio e oltre due terzi di quella di bromo, elementi fondamentali per le catene di approvvigionamento industriali, inclusi i semiconduttori e i chip di memoria.

Una escalation dei prezzi in settori energy intensive in Asia impatterebbe sui costi dei beni importati: nel 2025 l’Italia acquista dalle economie asiatiche prodotti chimici, della metallurgia e della lavorazione di minerali non metalliferi (vetro, cemento, ceramica, laterizi, ecc..) per 24,7 miliardi di euro, pari al 22,1% dell’import totale di questi beni.

Ulteriori effetti rialzisti sui prezzi dei beni intermedi arrivano dalla domanda generata dalla ripresa della manifattura e dall’accelerazione delle attività nelle costruzioni per chiudere gli interventi del PNRR. Il rialzo del prezzo dei carburanti aumenta il costo di trasporto delle merci, con forti criticità per le imprese dell’autotrasporto. Una tregua stabile eviterebbe un allargamento della crisi al Mar Rosso, che già ha visto una riduzione del 65% del volume di traffico navale commerciale attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb nella precedente crisi del novembre 2023. Oltre al maggiore costo di trasporto per l’intercambio commerciale via mare con Asia e Oceania, una contrazione del traffico nel Mediterraneo penalizzerebbe l’economia delle città portuali italiane, con un maggiore impatto per le imprese del trasporto e della logistica, una filiera già colpita dal caro carburanti.

 Elaborazioni Ufficio Studi Confartigianato su dati Banca Mondiale, Banca d’Italia, Bce, Eurostat, Fondo monetario internazionale, GME, Istat, Ocse, Quotidiano Energia

L’articolo Guerra del Golfo: il punto sull’impatto per le imprese nell’analisi su IlSussidiario.net proviene da Confartigianato Imprese.